Associazione Ideali e Valori
Difendiamo la verità affinchè la giustizia possa tutelare gli interessi collettivi ...
Aug 2013

Vita di un partigiano: Lilio Giannecchini racconta le esperienze di cui è stato testimone. Teatro di Verzura, Borgo a Mozzano, 9 agosto 2013



GIANNECCHINI LILIO (Toscano – Marini): breve storia di una vita segnata dall'essere entrato nella lotta partigiana in giovane età

Sono nato a Pascoso (Lucca) il solstizio d'estate del 1925.

I primi anni della mia vita si sono svolti nel territorio pescaglino e successivamente lucchese, dove ho compiuto studi tecnici.

A 17 anni, nel 1942, avendo partecipato ad un concorso indetto dall'Ansaldo nello stabilimento di Genova-Sampiedarena, come disegnatore tecnico sono entrato nella vita lavorativa e sono stato proiettato in un ambiente in cui i fermenti antifascisti erano vivi: il 23 Aprile del '43, infatti, entrai in una cellula Comunista e partecipai allo sciopero degli operai dello Stabilimento, indetto per protesta contro il vitto della mensa, carente per la sottrazione di alimenti e condimenti. I responsabili fascisti della zona si allarmarono moltissimo per questo sciopero ed infiltrarono un provocatore nella cellula, così che dopo poco (il 24 maggio) 32 di noi vennero arrestati e minacciati di deferimento al “Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato” per essere condannati a pene superiori ai 7 anni.

In effetti, invece, fui arruolato per forza ed inviato a Pinerolo, incorporato in un BTG di alpini, che si addestrava per essere spedito al fronte russo. Il mio addestramento durò dal 17 giugno al 25 luglio 1943, quando la caduta del fascismo provocò una stasi generale. Ed il mio compito di pulizia dei gabinetti perdurò fino all'8 settembre -data dell'armistizio e del contemporaneo scioglimento della divisione Pinerolo-.

I tedeschi si fecero vivi e si presentarono davanti alla caserma, ma davanti alla nostra decisa opposizione si ritirarono.

A questo punto la maggior parte dei soldati della Pinerolo, tra l'altro ormai sciolta, decise di spostarsi fino a San Dalmazzo di Tenda e da qui a Boves, dove sono stato testimone del feroce eccidio perpetrato dalla SS: ma meglio di me ha scritto Giorgio Bocca nella “Storia dell’Italia partigiana”.

Salvatomi dalla strage mi diressi verso Mondovì, e di lì a Savona e di poi in treno a Genova, ove presi contatto con i miei compagni genovesi, che stavano organizzando le SAP di città. Il CLN ligure ci inviò in montagna, a Capanne di Marcarolo, dove si formava la "III^a Brigata Liguria". Vengo assegnato al primo distaccamento.

Il 6 di Aprile 1944 i tedeschi circondano la zona e iniziano un rastrellamento. Il territorio non era idoneo alla difesa e i 730 partigiani male armati, senza nessuna possibilità di sganciamento, furono alla mercé dei nazisti: la Brigata venne distrutta. Furono fucilati 240 partigiani sul posto, 400 deportati in Germania (sopravvissuti in 17), 59 vengono fucilati al Passo del Turchino, riuscimmo a salvarci in poco più di 45. Riprendo la lotta a Genova al commando della II° Squadra GAP che operava in Genova sino a metà giugno del 1944: partecipando a varie azioni di Commando, tra cui l'attentato al Generale Parodi. Purtroppo 3 dei componenti su 7 furono catturati e fucilati, ragion per cui il CLN ci distaccò i superstiti in montagna presso il distaccamento Peter della Vl° Zona Operativa.

Ad agosto del 1944 vengo chiamato a Gorreto dal comando zona e con 34 uomini ci dirigiamo nella Val Borbera dove arrivammo il 23 di agosto mentre i tedeschi attaccavano il distaccamento che difendeva quella valle. Il combattimento durò 3 giorni: catturammo 70 prigionieri tedeschi e fascisti, ma il terzo giorno dovemmo ritirarci lasciando sul campo 12 compagni poiché 2 battaglioni tedeschi erano in procinto di accerchiarci. Dopo la battaglia il comando della VI Zona Operativa stabilì che il nostro battaglione Peter fosse trasformato in Brigata al comando di Scrivia (Ferrando Aurelio), con vice comandante Toscano (io stesso); da quel momento la nostra formazione occupò la Valle Sisola, Valle Borbera, Valle Curone e Valle Spinti, raggiungendo una forza di circa 400 uomini.

Verso la metà di agosto del 1944 ho partecipato alla battaglia di Barbagelata contro la colonna Farinacci, ottenendo una strepitosa vittoria. Barbagelata ebbe forte rilevanza strategica nella guerra partigiana. Investito più volte dall'attacco delle forze nazifasciste nel tentativo di scardinare il dispositivo partigiano, il 12 agosto 1944 venne messo a ferro e fuoco: le case vennero razziate e distrutte, l'antica chiesa fu oltraggiata e lordata, tre contadini della zona furono passati per le armi. Altri attacchi portarono nuove distruzioni e diversi partigiani caddero in combattimento. Ma venne il giorno in cui le "puntate" di tedeschi e fascisti non riuscirono più a raggiungere l'obiettivo, vennero cacciate dai partigiani e Barbagelata fu caposaldo di libertà.

Dal settembre al 14 Dicembre 1944 fummo una spina dell'esercito tedesco che transitava sulla importante strada Genova-Milano. I tedeschi si rafforzarono con 3 reggimenti della divisione Wrasof e ci attaccarono su tutto il nostro fronte cosicché, dopo una resistenza di 3 giorni, fummo costretto a ripiegare. Dopo il rastrellamento ci riorganizzammo e Scrivia assunse il comando della divisione che fu' intitolata a Pinan Cichero (Pinan morto in combattimento il 14 Dicembre, Cichero luogo dove sorsero le prime bande partigiane); io ad interim tenni il comando della 58° brigata Oreste fino al 1 Febbraio quando passai le consegna del comando a Tigre (Tasso Gino) -la cui figlia mi ha rintracciato da poco tramite Facebook- e la forza della Brigata aumentò fino a 511 uomini.
Durante questi mesi fu catturato il battaglione delle brigate nere dei presidi di Arquata, Novi Ligure e Tortona e catturati 302 tedeschi che furono sistemati in un campo di concentramento.

Nel Marzo 1945 mi fu assegnata una missione OSS con radio in collegamento con Algeri e ottenni 3 aviolanci di materiale alla settimana (armi, vestiario, munizioni e medicinali). Il 22 Aprile 1945 fu dato l'ordine d'insurrezione e fui incaricato di occupare tutta la Valle Scrivia lungo il percorso della importante strada Genova-Milano.

Nelle zone liberate provvidi a sminare tutti i fornelli dei ponti e delle strade; inoltre isolai i presidi tedeschi di Pietrabissara, Isola del Cantore, Ronco, Scrivia, Busalla, Casella. Catturai i soldati del presidio del deposito munizioni di Sarissola. Asportai le rotaie della ferrovia di Borgofornari, ove si trovava un treno armato di artiglieria da 280 ubicato in galleria. Intrapresi trattative di resa con il Generale Gunter Von Meinhold, Comandante della Divisione tedesca dislocata nel territorio da Moneglia ad Arenzano fino a Pietrabissara e occupava tutto il settore di Genova. La divisione era composta di 7.200 uomini. Dopo estenuanti trattative egli accettò di essere trasportato a Genova per firmare la resa nelle mani del Presidente del CLN Remo Scappini. Preso contatto con il comando del CLN di Genova chiesi l'invio di una vettura della Croce Rossa al fine di trasportare il Generale. L'autoambulanza arrivò a Casella alle cinque del mattino condotta da un certo dottore Romanzi, il quale fu fatto proseguire verso Savignone: alle ore 10 il Romanzi mi telefonò a Casella che stava partendo con il Generale e il suo aiutante (la linea telefonica era stata riattivata su mia iniziativa con la collaborazione di un funzionario locale).

Preparata la scorta di 15 partigiani, partimmo con un camion e la macchina su cui eravamo in tre e ci dirigemmo verso Genova - via Casella, Pedemonte, Moregalìo, Sanpierdarena.

A Sanpierdarena telefonammo a Remo Scappini, presso il comando del CLN, che fece proseguire l'ambulanza della Croce Rossa guidata dal Romanzi con il Generale Von Meinhold ed una macchina di scorta fino al comando.

Nel frattempo i presidi tedeschi della Valle Scrivia venivano disarmati; i prigionieri caricati sui treni vennero condotti al campo di concentramento allo stadio di Genova Marassi.

La guerra era finita.

Temevamo la perdita del 20% dei nostri uomini, ma fortunatamente esse furono imitate a poche unità.

Tutte le infrastrutture stradali nella direttrice Genova Milano, le strade provinciali e le infrastrutture elettriche furono salvate, garantendo l'accessibilità ed i rifornimenti alla città di Genova.

La nostra Brigata aveva catturato 2300 tedeschi, 75 ufficiali superiori e lo Stato Maggiore della Divisione tedesca, un deposito di munizioni, carri armati, il treno armato e cannoni da 88, mitragliatrici da 20, armi e munizioni al prezzo di 109 caduti. Ognuno di essi merita essere ricordato, soprattutto coloro che furono decorati.

Il medagliere della Brigata ricco di 3 medaglie d'oro, 14 d'argento, 14 di bronzo, 7 croci di guerra e la Stella dell'Unione Sovietica a ricordo del partigiano russo Fiodar Alexander Poetar (medaglia d'oro caduto nelle nostre file). Possiedo ricordi particolari in rapporto a tutti questi avvenimenti: tra essi il rapporto particolare che si è poi creato fra me ed il generale Von Meinhold, di cui ho custodito il cane per 6 anni che egli intendeva sopprimere, non potendolo portare con sè in prigionia; la tragica fine dell'interprete tedesco presente alla resa, fanatico nazista, che preferì suicidarsi dopo la sigla della resa; infine l'omaggio portato all'eroico partigiano russo Fiodar Alexander Poetar, gigante giovinetto, alla cui famiglia ho donato un lembo della nostra bandiera, che reca ancora un buco sulla sua componente rossa.

Tutto ciò l'ho fatto con spirito di Libertà e di Giustizia sociale, non so se ne sia valsa la pena, ma un giovane di 20 anni è orgoglioso di aver partecipato a questa lotta per la Libertà: questo lo dico perché dei volgari vili anonimi detrattori fascisti hanno parlato con disprezzo della mia giovane età in rapporto alla importanza degli avvenimenti di cui sono stato testimone.


Schermata
Scarica la presentazione in formato PDF
Verzura_Presentazione_Lilio


Celebrazioni del 69° anniversario della fucilazione di don Aldo Mei: intervento di Lilio Giannecchini, custode pluriennale delle sue memorie

Emergendo dal forzato oblio, cui è stato costretto, Lilio Giannecchini, Direttore esautorato dell'ISTORES di Lucca, ricorda a tutti che egli è stato per oltre 25 anni il depositario dei cimeli di Don Aldo Mei, sottratti all'oblio del tempo e delle persone.

A riprova di quanto detto produce gli atti e le testimonianze scritte del nipote di Don Aldo Mei, Marco -che successivamente ha prodotto una dichiarazione in contraddizione-, nonché di Lucio Fioravanti, amico personale di don Natalino Mei, fratello di Don Aldo, che chiese il suo intervento per preservare le memorie ed i cimeli del martire, custoditi negli anni successivi in attesa di poterli conferire in una degna sede museale, da creare nella frazione di Fiano, dove il martire aveva esercitato il suo sacerdozio. E conclude: devo ricordare con dispiacere che a seguito di lunghe ed inesauste pratiche di vera e propria persecuzione, questi cimeli mi sono stati sottratti con artificio e che, a tutt'oggi, mi vuole anche emarginare dalle celebrazioni dell'anniversario della morte di Don Aldo Mei, per la cui memoria ho tanto operato.

Per concludere con le parole utilizzate da S.E. Castellani il 3 marzo del 2012 "chi ha buone orecchie per intendere, intenda".

Lilio Giannecchini
detto Toscano